Crisi climatica, non c’è più tempo. Un tema la cui attualità perdura da almeno 30 anni (se non di più) senza quei cambiamenti sempre auspicati e scritti con inchiostro simpatico e sentirne parlare un eminente climatologo qual è il professor Luca Mercalli è fonte di illuminanti (a tratti anche provocatorie) riflessioni. E lo è ancora di più visto il contesto in cui è intervenuto, a Belforte del Chienti, nell’ambito dell’Appennino Foto Festival (nella foto, insieme agli organizzati) il cui filo conduttore quest’anno era la Fragilità.

- CAPITOLO CRISI CLIMATICA. Davvero non c’è più tempo?
<Sono più di 30 anni che parliamo di crisi climatica a livello politico. A livello scientifico, da ancora più tempo. Il primo che parlò di cambiamento climatico generato dall’attività umana, in particolare dalla combustione del carbone, fu nel 1986, il Premio Nobel per la chimica, lo svedese Svante August Arrehenius (prozio di Greta Thunberg) secondo cui ‘la CO2 è un gas serra. Bruciando il carbone la liberiamo e aumenteremo la temperatura del pianeta’. Allora non erano molto preoccupati perché il tasso di crescita era bassissimo e secondo il Nobel ci sarebbero voluti 3mila anni perché questo diventasse un problema. Mai si sarebbe pensato che oggi saremmo già diventati più di 8 miliardi>.
Qualcosa sarà pur stato fatto.
<Il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite è stato fondato nel 1988 proprio sui cambiamenti climatici. È l’organo super partes, incaricato di pubblicare ogni 5 anni il rapporto sui cambiamenti climatici affinché i governi prendano le decisioni che servono. Nel ’92, a Rio de Janeiro, tutti i 198 Paesi hanno firmanto la Convenzione sul Clima. Era lì che si doveva e si poteva cominciare ad agire in modo concreto sull’introduzione delle energie rinnovabili, su tutto quello di cui parliamo oggi. Ma abbiamo tergiversato e ostacolato in ogni modo una transizione graduale. Da allora, non abbiamo fatto altro che perdere tempo>.
Quali obiettivi abbiamo già perso?
<L’accordo di Parigi, l’ultimo arrivato dei provvedimenti voluti dalla Convenzione sul clima del ’92 è del 2015, dice ‘Facciamo diminuire le emissioni di gas serra al più presto sul pianeta in modo da arrivare a non più di 2 gradi, meglio ancora 1,5 gradi di aumento alla fine del secolo’. La fine del secolo è tra 75 anni. Un grado in mezzo, l’abbiamo già perso l’anno scorso. Il 2024 è stato l’anno con 1,6 gradi oltre la media. Speriamo sia un caso isolato, ma è molto probabile che nel corso dei prossimi 5 anni il grado e mezzo diventi stabile>
Quanto tempo ci resta se andiamo avanti così?
<Avevamo un limite da non superare (1,5 gradi) e l’abbiamo superato: questo è già un punto di non ritorno. Ci rimane la soglia dei 2 gradi, mezzo grado di margine da qui al 2100: è veramente poco. Questo è più importante perché oltre i 2 gradi entriamo in un territorio veramente ostile per i nostri figli e nipoti. Il mare oggi è già 20 cm più alto rispetto a quanto era all’inizio del 900. Quindi, attenti a non sorpassare punti di non ritorno che alzano l’asticella del danno. Ma bisogna essere consapevoli che il danno fatto fin qua, ormai quello ce lo teniamo>.
Quelli che stiamo vivendo si possono definire eventi eccezionali?
<Se vediamo che una certa temperatura non si era mai verificata prima, quello è un record ed è un evento eccezionale. Ma se si ripete due o tre anni dopo non è più eccezionale. Li chiamerei eventi ‘estremi’. Ma se la temperatura continua ad aumentare anche i fenomeni ‘estremi’ tenderanno ad amplificarsi, a diventare sempre più frequenti e via via più intensi, mettendo a dura prova tanti territori che non riusciranno a stare al passo con questo aumento di frustate climatiche e potremmo andare incontro a un impoverimento, una relativa desertificazione di certi territori. Se le alluvioni diventano frequenti non ti puoi abituare. I danni rimangono. Le vittime rimangono. Lo stesso per il terremoto: uno al secolo te lo puoi ‘permettere’. È duro, è faticoso, ma pian piano si ricostruisce e la vita ricomincia. Ma se venisse una volta ogni 10 anni, cosa faremmo? Semplice: scapperemmo. Il fatto drammatico è che non tutti possono permettersi di andare via.
Possiamo contare sull’adattamento climatico?
<Ci si può in parte attrezzare per ridurre i danni, ma non è un concetto che si può portare avanti all’infinito. L’adattamento è parziale. Si potrà mettere il condizionatore in casa, ma se il caldo aumenta non puoi vivere tutta l’estate chiuso in casa. Io lo chiamo ‘adattamento a elastico’. L’elastico per un po’ lo puoi tirare, ma se lo tiri troppo si spezza. Non puoi portare avanti l’adattamento in modo da rendere la tua vita facile come era prima. È un palliativo, è un prendere tempo. Ci sono fenomeni che diventeranno così imponenti da costringerci o a scappare (basti pensare all’aumento del livello del mare contro il quale non si può fare nulla) o ad avere una vita con meno salvaguardie>.

Che fare, allora?
<Dobbiamo curare la malattia all’origine. L’adattamento cura i sintomi, ma non all’infinito. La cosiddetta decarbonizzazione, cioè la riduzione delle emissioni, cura la febbre all’origine. L’adattamento oggi è considerato di più perché gli effetti si riverberano nel luogo in cui lo applichi, indipendentemente dal resto del mondo. Ridurre le emissioni in un certo luogo, serve a poco o nulla se non le riducono anche gli altri 8 miliardi di abitanti del mondo. La cura funziona solo se la fanno tutti. Se gli Stati Uniti cominciano a dire ‘No, io non la faccio perché non ci credo’. Se in Europa perdiamo la fiducia nel Green Deal, se pensiamo che sia meglio costruire armi invece che pannelli solari, ci ritroviamo in una situazione dove la cura non può avere effetti e non ci resta che l’adattamento che, però, sarà soltanto parziale.
Un esempio di adattamento parziale?
<La Basilica di San Marco è con l’acqua a metà degli ingressi tutti i giorni. Il Mose adesso dà una mano: è una forma di adattamento parziale. Per qualche decennio funzionerà ancora, ma non ce la potrà fare quando il mare sarà aumentato di 1 metro e, sia chiaro, non ci vorrà un’era geologica, ma circa 70 anni. Già adesso gli oceani stanno aumentando di 5 mm all’anno. Le nostre spiagge adriatiche ne stanno già risentendo, perché il livello del mare si sta alzando a causa del calore (l’acqua del mare si riscalda e aumenta di volume e i ghiacciai polari stanno fondendo). E’ un fenomeno grande, gigantesco e irreversibile. Non si può fare niente per farlo tornare indietro>.
Quanto siamo disponibili, oggi, a venire a patti col cambiamento climatico?
<Siamo una società estremamente esigente. Nonostante tutta la nostra tecnologia, siamo meno versatili rispetto ai grandi cambiamenti che, peraltro, stiamo stimolando noi stessi. Sarà importante perseguire politiche ambientali e affidarsi alla scienza. Occuparsi del clima vuol dire anche occuparsi della qualità dell’aria, dell’acqua e quindi della nostra salute. Riduciamo il rischio climatico per gli eventi estremi. Non sono buttati via i soldi della transizione climatica energetica, mentre quelli per le spese militari sì. La transizione militare non serve a nessuno, salvo ai fabbricanti di armi>.

- CAPITOLO SISMA. Come preservare le realtà più fragili colpite dal terremoto?
<Il problema è gigantesco. Questa è la più grande sfida che l’umanità si trova di fronte da che esistiamo su questo pianeta: mantenere le condizioni di sopravvivenza. Non ci sono risposte semplici per un problema complesso ma si può fare tanto. Il territorio si difende partendo dal paesaggio, ma anche dal clima. Si protegge il territorio lottando contro la cementificazione, il più grave flagello che sta martoriando l’Italia. Una volta costruito un capannone, resta lì per secoli e si perdono tutti i servizi ecosistemici del suolo che è vivo. Il suolo produce cibo, cattura CO2, ci aiuta nella lotta climatica, immagazzina l’acqua riducendo la furia delle alluvioni, ospita biodiversità. Proteggere il territorio significa lavorare con i Comuni affinché non lo svendano al primo che promette posti di lavoro se fa un nuovo capannone>.
Serve anche il lavoro, però. Che fare, quindi?
<Ci sono lavori alternativi, anche in chiave di sostenibilità. I settori dell’energia rinnovabile, della riqualificazione energetica ed estetica degli edifici, ancora di più se si aggiunge l’antisismico, offrono posti di lavoro. Il telelavoro può sostituire tanti movimenti fisici. Anche come mangiamo ha effetti importanti sulle emissioni e sull’ambiente. Mangiare molta carne ha un grosso impatto ambientale. Mangiandone di meno si fa un favore al clima e alla biodiversità. L’uso dell’energia in casa: se avete i pannelli fotovoltaici, usate meno energia derivata dal petrolio, dal gas o dal carbone. Meglio una casa con un buon isolamento termico>.
Cosa ci può salvare?
<La preparazione, l’attenzione, la vigilanza. Le previsioni meteo hanno fatto grandi progressi, sono in grado di dirci con 2-3 giorni di anticipo se ci sarà una situazione a rischio per cui bisogna stare in allerta. Serve una maggiore attenzione e reattività perché la vita te la salvi da solo. Nel momento della crisi immediata, che si sviluppa in pochi minuti, ciò che ci può salvare la vita siamo noi che dobbiamo sapere dove e come metterci in salvo. E di questo in Italia non abbiamo abbastanza cultura. Non ce l’abbiamo per il terremoto, né per i fenomeni meteorologici estremi>.
Spopolamento delle aree interne: è davvero così?
<Le aree interne oggi hanno possibilità di ospitare nuove persone, possono essere rivitalizzate. Sarà proprio il cambiamento climatico a spingere la gente in quota, perché quando a Roma avranno 50 gradi, sarà inevitabile che la gente vada a cercare il fresco in montagna. Una migrazione interna per il cambiamento climatico è già iniziata. Per ora è lenta, sotto traccia. Ma credo che con la diffusione del telelavoro ci saranno sempre più persone che avranno la possibilità di andare non solo a farsi una vacanza in montagna, ma a viverci, potendo lavorare a distanza. Bisogna mettere in conto altri mestieri, anche nuovi, per dare una grandissima iniezione di vitalità culturale alla montagna oltre a quelli tradizionali (allevatore, agricoltore e ospitalità)>.
Che ne pensa degli impianti eolici e di disseminare splendidi panorami naturali con pale da 150-200 metri?
<Da qualche parte bisognerà metterle. Non tutti i luoghi sono adatti sia per motivi di vento, (dove non c’è, non si mettono), sia per motivi estetici. Ma ci sono anche molti altri di luoghi adatti. L’importante è concertare l’installazione delle energie rinnovabili con il territorio. Il vento è una risorsa del territorio. Se le pale eoliche rientrano in una comunità energetica rinnovabile fatta dai cittadini del territorio, allora, i risultati economici di quella produzione rimangono sul posto e si può anche accettare che ci siano oggetti nuovi nel nostro panorama. Poi, come sempre, il troppo stroppia. Occorre agire con grande saggezza e grande condivisione sul territorio. Lo stesso vale per i pannelli fotovoltaici. Cominciamo a metterli su tutte le zone edificate e poi li metteremo anche sui terreni, ma non il contrario. Adesso li stiamo mettendo sui campi perché è più facile e lasciamo sguarniti parcheggi dei supermercati, capannoni industriali, periferie cittadine>.

- IN CONCLUSIONE … per arrestare il trend della crisi climatica è tardi ma …
<La diagnosi era stata fatta correttamente molto tempo fa, il paziente non ha voluto curarsi. E adesso si lamenta che i sintomi stanno diventando più gravi e, in buona parte, continua a negarli. Mantengo ancora un po’ di speranza sul fatto che i 2 gradi siano un obiettivo raggiungibile. Ma occorre uno sforzo inaudito. Bisogna fare qualcosa che non di cui non vediamo traccia in questo momento del mondo. Siamo disinformati, non siamo per niente uniti. Fino al 2030 farò ancora conferenze perché c’è ancora un margine. Se per allora non avremo cominciato a piegare questi grafici, quel che è fatto è fatto e non varrà più la pena. Ma, per almeno 5 anni ancora, vale la pena di provarci, tutti, ognuno nel nostro piccolo, con minimo azioni quotidiane. È un augurio>.
Marisa Colibazzi
