Fragilità e umanità: riflessioni dello psichiatra Vittorino Andreoli all’Ama Festival

Castel di Lama (Ascoli Piceno) – Vittorino Andreoli, 84 anni, psichiatra di chiara fama che da oltre 60 lavora <con i miei matti, e lo dico in senso affettuoso>, viene accolto da un caloroso applauso dai tanti arrivati alla comunità AmaAquilone, di Castel di Lama, in occasione dell’Ama Festival ‘La stanza degli ospiti’, evento che altro non è se non la festa, una bella festa ricca di emozioni e di coinvolgimento, in cui si salutano i ragazzi che hanno completato il percorso riabilitativo e lasciano quel luogo che li ha accolti, quella ‘stanza’ che li ha protetti dal mondo, aiutati. 

E’ calzante la definizione di Andreoli per quella comunità: “Mi occupo di emozioni e sentimenti. Prima dell’incontro, pensavo al ‘frammento di mondo’ che qui è rappresentato. Ci sono le dimensioni sconfinate della terra, dell’universo e poi c’è questo frammento di terra, in cui uomini e donne hanno generato un luogo così lontano dall’atmosfera generale di questo periodo storico. Questo è un frammento di umano”. 

E’ un concetto che ricorre spesso nel suo parlare, quello di ‘umano’, di ‘umanità’ abbinati a fragilità ma anche al significato della ‘stanza degli ospiti’ ma poi a tocca temi legati a sentimenti, stati d’animo, che in quel frammento di umano, così come ne è permeato il presente di tutti, sono presenti: dolore, depressione, ma anche amore, gioia per finire con un messaggio positivo, parlando di tempo e dell’importanza dell’attesa.

Umanità: “Il senso dell’umano è un’antitesi di quello che respiriamo nel nostro quotidiano, incentrato sull’IO. E’ una delle parole che pronunciamo più spesso, IO, MIO. Mentre nella realtà di AmaAquilone, scompare questa individualità e si respira l’uso del NOI e io avverto un’appartenenza a questo frammento di terra, di umanità, in cui si avverte che il senso dell’IO è legato all’altro, nella festa del NOI. Qui l’IO è fragilità, non potere”. 

Fragilità

E’ la percezione che ognuno di noi ha del proprio limite. La fragilità è una caratteristica dell’uomo, non è la debolezza. E’ una spinta verso l’altro. Da qui nasce il bisogno di condividere, di essere presente alla storia dell’altro. Attorno all’umano bisogna mettere la parola fragilità. “Mi occupo di matti da 60 anni. Non so se li ho aiutati, ma se l’ho fatto è per la mia fragilità. Certo, occorre anche un sapere, ma quando viene da me una persona che ha paura, la prendo per mano e le dico che ho avuto tanta paura anche io, ma adesso non ce l’ho e l’aiuto. E’ un gesto umano, non eroico”. 

E oggi, che umano c’è?

“Se noi avessimo una percezione umana, non ci sarebbero i venti di guerra perché tutti vogliamo la pace, umanamente. Il mio grande dispiacere è che, occupandomi di tante persone che hanno bisogno di aiuto psicologico, ho dato la mia disponibilità a curare questi 5 o 10 paranoici che hanno in mano il mondo, ma non mi vogliono …”

Cos’è ‘La stanza degli ospiti’?

Ospite è un termine che nasce da hospes latino, dal significato ambivalente perché definisce colui che ospita e chi è ospitato. “Ed è straordinario che ‘La stanza degli ospiti’ non permetta di chiarire chi ospita e chi è ospitato. Da 40 anni, c’è la bella storia di un gruppo di persone che si sono messe insieme per aiutare chi ha più bisogno. E lo fanno partendo dai bisogni. Ma non creiamo eroi. Sono solo umani, in un mondo in cui sta finendo l’umanità e il rispetto dell’altro”. 

L’amore “è un bisogno esistenziale. E’ una relazione in cui non si distingue l’uno dall’altro, ma l’uno ha significato in quanto si unisce all’altro. “La massima socratica andrebbe modificata in ‘Conosci te stesso … per relazionarti meglio con l’altro’. 

Il dolore “non voglio definirlo perché l’hanno provato tutti e se qualcuno non l’ha provato mai – sorride – direi che possiamo cominciare subito la terapia. Il dolore è parte dell’uomo”. 

Per Andreoli è espressione umanissima anche la depressione: “Si regge su due pilastri: da una parte la percezione che una persona ha di non sapere fare più nulla, nemmeno ciò che faceva in maniera automatica; dall’altra il sentire la colpa per non saper fare ciò che di cui gli altri avrebbero bisogno. Così queste persone si allontanano perché sanno che ai bisogni del mondo non sanno dare nessuna risposta. Ecco qui il dolore di vivere”

Gioia e felicità non sono la stessa cosa. E’ gioia quando c’è una grande serenità, quando si sente di essere vicino agli altri. “Come si fa gioire se qualcuno vicino a te sente il peso dell’esistenza? Oggi domina la cultura del nemico. Non sorridiamo più. Dicono ‘gli sorridono gli occhi’. Ma dove? Siamo tutti cupi, sospettosi”. La gioia è qualcosa di comune, che appartiene a me, che passa agli altri e, viceversa. “Mi piace molto il termine: ‘Ho pianto di gioia’. Come sarebbe la nostra vita se, incontrandoci, potessimo salutarci, sorriderci”. 

E invece, “in una società in cui non sappiamo più fare nulla, in qualsiasi cosa programmiamo siamo ossessionati nel chiederci: quanto costa? Ma l’umano è un insieme di caratteristiche che sono denaro indipendenti: la gentilezza, il sorriso, il ringraziare. 

In questa società sono sempre di più i vecchi “quelli che hanno raggiunto una fase della vita che sarà più vicina alla fine. Hanno tanta voglia di fare del bene e invece sono considerati pesi sociali perché l’unica maniera in cui possono essere considerati è quella economica. Il vecchio produce qualcosa? No. 

Ma qui arriva un consiglio – provocazione di Andreoli: “L’Inps ha dichiarato che sono aumentati i pensionati rispetto ai lavoratori. Allora fate così: un cacciabombardiere in meno ogni anno e non avrete più problemi. Invece, adesso bisogna aumentare gli armamenti. IMBECILLI. E’ la regressione all’imbecillità” quasi lo urla. “Sia chiaro, io non offendo mai, faccio diagnosi e questa è una diagnosi gratuita”. Applausi.

Infine si arriva ai concetti di tempo e attesa e c’è il messaggio a cui Andreoli tiene di più perché è soprattutto declinato sui nuove generazioni: 

“I giovani non distinguono più il tempo, se non quello immediato, non sanno cos’è il futuro, mancano del senso del passato. Per loro c’è solo il tempo del presente. Ma se non si immagina il futuro, non si possono neanche avere desideri. Il desiderio è la capacità che abbiamo di immaginarci domani diversi da come siamo oggi. Migliorati. Bisogna imparare a saper attendere. Senza attesa non c’è la speranza. I sentimenti hanno bisogno del tempo”

La conclusione:“Ciascuno di noi, con il tempo, diventa una piccola storia perché è costituito dal passato che lentamente avanza e diventa anche futuro”.

Mi faceva piacere, rimettendo mano a Fermacarta dopo un lungo stand by, condividere questi valori. E ripartire da qui. Marisa Colibazzi

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