di Marisa Colibazzi
“E’ una situazione momentanea di indecisione globale su tutto, non solo per il lusso. L’economia di molti Paesi è piuttosto precaria, è in stato di attesa e quando c’è l’attesa, c’è l’indecisione, la gente si ferma e non compra” questo, in estrema sintesi, il quadro tracciato da Diego Della Valle, presidente del Gruppo Tod’s, intervenuto alla 6a edizione del talk Fashion & Luxury promosso da Rcs Academy su ‘Le grandi sfide del cambiamento’. Poco prima è intervenuta Francesca Bellettini (ceo brand developmente Kering), parlando ‘speranza fattiva’, “nel senso che deve essere unita alla voglia di fare. Durante una crisi si può fare tantissimo, si possono mettere insieme piani di azioni che devono cambiare qualcosa, consentire di raggiungere obiettivi nel breve periodo ma anche nel lungo. Siamo davanti ad una evoluzione, non una rivoluzione. Non dobbiamo buttare via tutto quello che è stato fatto, ma gestire il cambiamento in modo coerente e non sprecare le opportunità che porta con sé”.
Un quadro in cui buone notizie arrivano dall’Arabia Saudita, unico mercato che fa registrare il segno ‘più’ anche se rappresenta una percentuale marginale in Ermini di volume d’affari, in cui il mercato cinese è in crisi e sta rigettando il lusso, gli auspici erano rivolti al mercato americano: <Speravamo potete darci una mano. Adesso, se va bene, ci ritroveremo un mercato flat”.

Sui dazi …
“Sarebbe meglio essere più selettivi. Nel nostro caso non so cosa può portare al consumatore americano applicare dazi su prodotti che loro non fabbricheranno mai. Ci ritroveremo con un dazio che porta un costo maggiore del prodotto al consumatore americano, ma senza salvaguardare i loro posti di lavoro visto che in questo settore non fanno più nulla praticamente da sempre. Se si aggraverà la situazione con l’introduzione dei dazi con un dollaro così debole, il mercato di certo non migliorerà. Noi facciamo un mestiere che gli altri non fanno e sappiamo bene che se qualcuno vuole i nostri prodotti deve venire a prenderli qua. Per questo, dobbiamo continuare a custodire e potenziare i valori del Made in Italy. Noi facciamo cose che altri non fanno.
Ma?
“Nel breve periodo bisogna mantenere e conservare queste filiere. Le aziende hanno bisogno di essere sostenute. La cassaintegrazione andrebbe migliorata ancor di più. La Cig porta al dipendente l’80% del suo stipendio: non so come fa vivere una famiglia già con lo stipendio attuale, se poi gli togli pure un 20%, è complicato”.
Urge una protezione per le imprese, soprattutto le medio – piccole.
“Come possiamo dire ai proprietari delle pmi di sostenere i costi aggiuntivi? Qui può intervenire il governo, in modo veloce, fornendo uno ‘scudo’ per aziende di queste dimensioni che garantisca, per un paio di anni, la necessità finanziaria per proteggersi. Dobbiamo organizzare una protezione forte del settore in attesa che tornino i buoni momenti quando, il fatto di essere noi gli unici a produrre queste cose in giro per il mondo, ci porterà un grande vantaggio. Non dobbiamo arrivare al punto che le aziende chiudono perché quando queste filiere si fermano, non le ricostruisci mai più. Le nostre non sono aziende chimiche, automobilistiche: qui sono le mani degli individui che fanno la differenza e se noi li mandiamo a casa, questo diventa un grande problema”.

E i grandi imprenditori?
“Il primo istinto è quello di fare profitti ma in questo momento bisogna decidere cosa vogliamo fare per il futuro. Svilire un po’ il valore dei marchi, fare prodotti economici, tagliare i costi: momentaneamente può pure anche andare bene, ma non nel medio, lungo periodo. Se si ragiona troppo sui costi, in questa fase si possono prendere decisioni che portano alla chiusura delle filiere. Ma se non si preserva e non si custodisce quel sapere, quando il mercato ripartirà, perché ripartirà per fortuna, non si avrà più quel saper fare. Questo è un mestiere che ce l’abbiamo addosso, siamo quasi tutti nati artigiani. Non è che arriva un Fondo e ci spiega come va il mondo. Sappiamo bene cosa bisogna fare. Poi, se uno non ha l’ossigeno, bisogna trovare un modo tecnico per sostenerlo. L’importante è farlo subito”.
Il Gruppo Tod’s cosa ha deciso di fare?
“Noi abbiamo deciso di finanziare questa attesa. La finanziamo dando una mano alla Cig, magari accontentandoci anche di non fare soldi, preservando e consolidando i nostri marchi, rendendoli ancora più importanti. Bisogna essere resilienti. Siamo usciti dalla Borsa proprio per poter investire molto, abbiamo quattro marchi (Tod’s, Hogan, Fay, Roger Vivier) che vogliamo far diventare più forti di ora, inseguendo un concetto dell’italian lifestyle che ci vede protagonisti da sempre. L’obiettivo è avere un Gruppo consolidato. Oggi dobbiamo investire e la nostra famiglia è prontissima a farlo. Difendiamo le posizioni e appena c’è uno spiraglio dobbiamo essere veloci ad approfittarne. Il nostro non è un settore assistito, ha sempre fatto tutto con quello che poteva, con le proprie forze. Ben venga tutto quello che può fare il governo a patto che lo faccia subito, in tempi veloci”.
E poi bisogna pensare al territorio.
Molte delle nostre aziende sono riferimenti per il territorio in cui operano, anche per l’occupazione che creano, quindi c’è una responsabilità doppia: preservare le aziende e sostenere il territorio. Su questo dobbiamo diventare tutti un po’ più bravi. Con le nostre imprese spesso siamo determinanti nei territori, a volte anche più delle istituzioni con cui dobbiamo cercare di fare massa critica in modo che si alleggerisca il più possibile questo momento di tensione sociale. Quando i redditi sono così bassi, quando le incertezze sono così forti, il ruolo che hanno le imprese è enorme.
Il ministro del Made in Italy, Urso, ha annunciato che a fine di luglio sarà presentata una proposta al Tavolo della Moda, strumenti per l’aggregazione e la crescita soprattutto delle pmi (basket bond, potenziamento fondo di garanzia, passaggio generazionale), oltre alla Cri Straordinaria, ai 250milioni impegnati solo per la moda, per investimenti sulla sostenibilità (50milioni) e per contratti di sviluppo (100milioni) e piccoli contratti di sviluppo pensati per le pmi (100milioni).

“Queste sono le cose più ovvie. Gli stipendi non vanno massacrati ulteriormente. Uno stipendio modesto e la capacità finanziaria delle aziende piccole vanno un po’ sostenuti, senza regalare nulla, ma magari dando loro un po’ più di elasticità nel gestire la questione finanziaria. Questi due aspetti già permetterebbero di essere resilienti e di aspettare che tornino tempi migliori. Che il mercato riprenderà è indubbio. Si tratta ora di arrivarci senza farsi troppo male”
Si parla molto della necessità di innovare.
“Innovare può essere anche un modo di stare accanto alle filiere. Non è necessario sempre innovare tecnologicamente. Nel nostro mestiere l’innovazione tecnologica non so dove può arrivare, ma non c’è dubbio sul fatto che la capacità delle mani degli artigiani che producono faccia la vera differenza. E allora, innovare significa anche investire nel cercare di convincere i più giovani che diventare artigiani è una bella cosa, che non è sminuente. Innovare per noi significa questo”.

E l’AI?
“Quando sento dire che l’AI toglierà posti di lavoro, penso a un settore come il mio e non riesco a capire come potrà accadere. Magari ce lo faranno vedere. Ho l’impressione che dobbiamo comunicare bene ai giovani che fare l’artigiano, possibilmente rimanere ad abitare nei bei posti dove stanno, vicino alle loro famiglie, tecnologicamente collegati col mondo quindi puoi far tutto, ridare un senso di costruzione della vita del futuro non è non è male.

